20 dicembre 2011

Settecento e paesaggio: dalla meccanizzazione alla idealizzazione della natura

Il XVIII secolo è l'era della Rivoluzione Industriale, quell'inarrestabile e grandioso processo in moto verso la modernità che cambia per sempre le coordinate del rapporto tra l'uomo e la vita, tra l'uomo e la natura.
Si assiste infatti alla nascita del mito della macchina che assurge a simbolo di razionalità e ordine, di efficienze e velocità nel lavoro. Tutto comincia a meccanizzarsi, ogni singolo aspetto della vita dell'uomo diventa dipendente dai ritmi e dai modelli della macchina e il tempo inizia ad essere oggetto di quantificazione ossessiva in virtù di aneliti di efficienza e precisione.
Comincia così a farsi strada l'idea di un'opposizione tra ordine - rappresentato da tutto quanto gestito e regolato dalla macchina - e disordine - l'irrazionale, il caotico, tutte caratteristiche queste che potrebbero benissimo appartenere alla natura.

Da un lato dunque l'uomo si trova invischiato in un processo di meccanizzazione della vita  che diventa sempre più artificiale, come quello della vita in fabbrica o della stessa esistenza quotidiana parcellizzata per inseguire ideali di produttività. Dall'altro, l'approccio con la natura diventa duplice: se questa infatti verosimilmente può essere regolata ed ordinata da leggi, è altrettanto vero che le appartiene un lato assolutamente irrazionale ed ingestibile, capace di mettere l'uomo a contatto  con i suoi istinti più profondi, le sue passioni più incontrollabili. Così se una natura diventa artificiale, un'altra tende a trasformarsi in mito.
Questo secondo tipo di natura, foriero di elementi preromantici - apparirà come un'entità ingovernabile in cui l'uomo sarà libero di dare sfogo alle proprie pulsioni. Da un punto di vista estetico e letterario essa sarà selvaggia, oscura, inospitale, spesso notturna, e si connoterà di tutto il carico emozionale dell'io. Per esprimere malinconia, al poeta o allo scrittore nulla sembrerà più adatto di un paesaggio sublime, ombroso, meglio se sepolcrale.
Si inaugura così nell'arte il gusto per il primitivo, per le rovine, per il barbarico, per le tempeste con buona pace dei lettori sempre più attratti da questo rinnovato mood letterario.


(Foto di Riverartscenter - Flickr - CC)
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5 commenti:

  1. Il gusto per il barbarico... tipo i romanzi di Moccia? Ahahahah, dai scheeeerzo ;-)

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  2. Ahahah! Be', il barbarico può assumere diverse forme... è un concetto che permette di spaziare parecchio!

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  3. argomento interessante... ma vedo che il +1 scompare anche dai tuoi post : (

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  4. Questo articolo ha un taglio decisamente originale e inconsueto. Molto interessante. Monica C.

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  5. @Lisanna: Sì, è vero!! Non lo vedo più da un po'... chissà che fine ha fatto!
    @Monica: Grazie sempre!

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