1 gennaio 2012

La sibilla cumana e il dio Apollo: storia d'amore negata

Con il termine "Sibilla", nell'antichità, si era soliti riferirsi a delle giovani vergini particolarmente predisposte per l'arte divinatoria che, colte da improvvisi momenti di estasi, fornivano responsi, per lo più preoccupanti e minacciosi. 
Con il tempo, esse guadagnarono la qualifica di profetesse, generalmente originarie dell'Asia Minore, delle cui vicende si narra nelle opere di Eraclito, Varrone, Ovidio e Virgilio.
Il termine "Sibilla" deriva dal nome di battesimo della prima di queste profetesse, termine che poi passò ad indicare tutte le successive.
Tra queste, si ricorda Erofile, la quale è divenuta celebre per aver profetizzato la fine e distruzione della città di Troia a causa della spartana Elena, e ancora un'altra Sibilla, il cui nome non è stato trasmesso, vissuta nella città lidia di Eritre, profetessa che riuscì a vivere nove vite umane ognuna della quali di centodieci anni.
Ma la più famosa tra tutte è senza ombra di dubbio la Sibilla Cumana (così chiamata perchè viveva all'interno di una grotta di Cuma, in Italia), la cui principale vicenda è legata alla profezia comunicata ad Enea circa la strada da percorerre per l'Oltretomba.
Tuttavia, Ovidio lega un altro episodio alla giovane donna. Secondo questo racconto, il dio Apollo in persona si sarebbe innamorato della Sibilla Cumana, promettendole in dono tanti anni di vita quanti granelli di sabbia la giovane fosse riuscita a tenere nel palmo di una mano. Ma la profetessa non solo non dimostrò mai alcun interesse per il dio, ma dimenticò addirittura del regalo concessole. Archiviata dunque la possibilità di godere dell'eterna giovinezza, la Sibilla Cumana dovette fare i conti con un duro processo di invecchiamento lungo oltre mille anni, processo che raggrinsì orrendamente le sua membra e che le causò una sofferenza talmente insopportabile da portarla a desiderare quotidianamente la morte.

(Foto di Bryluen - Flickr - CC)
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