8 febbraio 2012

Secondo Ottocento: la moderna concezione dello spazio e il nuovo paesaggio urbano

A partire dalla seconda metà dell'Ottocento, si assiste ad una sostanziale evoluzione del rapporto tra l'uomo e la natura circostante. Ben due Rivoluzioni Industriali, l'interesse per la scienza e per le nuove applicazioni tecniche infatti spostano l'interesse su scenari artificiali che di fatto intervengono come mediatori nel rapporto tra uomo e natura con inevitabili ripercussioni e scossoni sulla tradizionale idea di spazio.
Il nuovo paesaggio con cui il moderno impara a relazionarsi sempre di più diviene in particolare quello urbano.

E' la città a diventare in effetti il nuovo spazio nevralgico per l'uomo del periodo, spazio estraneo, mutevole, vario e soprattutto impossibile da evitare. La riorganizzata vita economica infatti è proprio in città che incontra la sua massima forma espressiva, luogo in cui l'uomo deve lavorare per vivere e dunque fulcro e cuore pulsante del mondo degli affari.
Il singolo individuo, in questo mutato contesto, si trasforma in folla cittadina, in massa democratica ed informe e dagli antichi e silenziosi borghi medievali si approda alle larghe strade metropolitane
Cercando di riassumere la modernità, ecco le parole chiave di tale mutato scenario: luci, frastuono, velocità, progresso, macchina, caffè, edifici, traffico, stazione, mercati, boulavards, passaggi.
Come è facile immaginare, un simile stravolgimento epocale non poteva non avere ripercussioni dal punto di vista artistico. Charles Baudelaire, ad esempio, ne parla in termini di esperienza traumatica, di generale sensazione di stordimento e confusione. La nuova realtà metropolitana per lo scrittore è forte motivo di choc e il confronto con il caos cittadino e con le informi folle urbane per il poeta si traduce nella consapevolezza che anch'egli è diventato uno dei tanti, appiattito dalla spietata democrazia che la logica della folla impone e, conseguenza ancor più grave, senza più alcuna sacra aureola da artista a cingergli il capo.
Altri autori invece, più diffusamente, si concentreranno sulla città vista come ideale di progresso, come simbolo della macchina e del futuro, tutti aspetti però dietro i quali si cela un irriducibile senso di vuoto e di perdita. 


Camille Pissarro: "Rue de l'épicerie, Rouen (Effect of sunlight")
(Foto di Alaskan Dude - Flickr)
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4 commenti:

  1. Povero Baudelaire, che vita grama... ;-)

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  2. Me lo immagino come una specie di uomo del passato catapultato all'improvviso in un futuro dove tutto è irriconoscibile... pensa lo stordimento!!! ;)

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  3. non per niente con l'opera "les fleurs du mal" è rappresenta in pieno il suo pensiero...

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  4. sono d'accordo con baudelaire, la metropoli mi angoscia... sono una provinciale!
    monica c.

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